Più Città, Meno Comune – Mozione

MOZIONE POLITICO-PROGRAMMATICA
per la composizione del
COMITATO DI COORDINAMENTO DI PIATTAFORMA MILANO
“Più Città, Meno Comune”

A Milano è possibile fare sistema per rispondere alle nuove sfide della nostra epoca: la crescita delle disparità economiche, che spesso coincide con un allargarsi delle differenze tra centro e periferie; le trasformazioni digitali, che implicano opportunità e rischi sul fronte del lavoro; la crisi demografica e l’invecchiamento della popolazione; le forti pressioni migratorie e le tensioni tra culture differenti.

A Milano è possibile fare sistema tra ente pubblico, business community e società organizzata (volontariato, associazionismo, terzo settore, comunità religiose, ecc.), al fine di fare massa critica di risorse e mettere a disposizione gli uni degli altri esperienze e capacità riconosciute. Ciò implica una revisione del perimetro di intervento del pubblico, uscendo dalla logica del “tassa e spendi”. La pretesa impositiva non deve rischiare di rendere il territorio sempre meno attrattivo per gli investitori e sempre più ostile per chi già vi crea posti di lavoro e ricchezza. Le imprese e il commercio ricoprono un ruolo essenziale in una società operosa come quella milanese: esse infatti costituiscono la vitalità del tessuto economico, offrendo servizi ai cittadini e costituendone l’ossatura di produzione di reddito, ma anche presidi di sicurezza nei quartieri. L’ente pubblico inoltre deve concepirsi sempre più come un coordinatore e stimolatore di una pluralità di attori e non pensare di risolvere tutti i problemi dilatando la sua spesa. Questa deve essere invece limitata eliminando sprechi e sovrapposizioni, per concentrarla dove porta maggiori benefici e genera un effetto moltiplicatore. Non concepire più il pubblico come primo produttore ed erogatore di servizi e di beni, significa superare la dicotomia tra dimensione economica e dimensione sociale: profit e non profit possono collaborare in vista del bene comune e la fiscalità deve premiare quelle risorse d’origine privata destinate a sostenere iniziative solidali e servizi di interesse generale. È’ necessario altresì contrastare tentativi di ri-statalizzazione del terzo settore sottoponendo le imprese al regime dei bandi e dell’affidamento tramite gare d’appalto, a motivo delle attività economiche svolte: meglio privilegiare il sistema dell’accreditamento per i servizi erogati (educativi, culturali, assistenziali e di cura) e sostenere la libertà di scelta del cittadino/utente quando la sua condizione reddituale ne impedisce l’effettivo esercizio.

A Milano è possibile fare sistema per fare dell’innovazione tecnologica un volano della velocità che da sempre è nell’indole della capitale economica d’Italia, e al contempo renderla inclusiva. È possibile implementare l’utilizzo della tecnologia (digitalizzazione, intelligenza artificiale, internet delle cose) nel miglioramento di procedure e semplificazione dell’accesso ai servizi. Tuttavia essa è un’opportunità che va gestita e inquadrata dentro uno sguardo più globale dei bisogni delle persone: le nuove applicazioni, e gli algoritmi che ne stanno alla base, non sostituiscono il lavoro umano, ma lo trasformano e in questo cambiamento occorre tenere presente che la capacità relazionale sarà insostituibile, perché la vita della città è molto più che un mero flusso di dati. In questo senso, più che nell’adozione di nuovi strumenti, è nella riattivazione delle comunità che si vede il primo fattore di incremento della sicurezza, limitazione del degrado, attenuazione delle disuguaglianze e rafforzamento della vitalità delle nostre periferie, urbane ed esistenziali al tempo stesso.

Occorre quindi rimettere al centro innanzitutto quella relazione sorgiva del sociale che è la famiglia, riconoscendole la capacità generativa, la solidarietà intergenerazionale vissuta, la funzione educativa e persino quella redistributiva, favorendo la nascita di nuovi nuclei e il sostegno a quelli esistenti. L’associazionismo familiare e le reti di mutuo-aiuto devono essere i primi attori ricompresi in quella sussidiarietà circolare su cui si deve reggere il sistema pubblico-privato, profit- terzo settore. E contrariamente a quanto avvenuto negli ultimi decenni, lo spazio pubblico deve vedere la partecipazione delle comunità sinceramente religiose, senza l’ingenuità di chi apre alle insidie dell’islamismo politico, ma con la consapevolezza che in assenza della possibilità per le fedi di esprimersi anche politicamente, la vita in comune è più povera di significato. A Milano è possibile fare sistema per non appiattirsi sui problemi dell’oggi, ma immaginare insieme una visione di futuro per la nostra città.