Manifesto

Manifesto dei Principi e dei Valori

Perché la nostra Grande Milano sia annoverata tra le aree urbane dove si produce il 60% del Pil mondiale, i milanesi hanno bisogno di una rappresentanza politica innovativa, coesa, libera. Pronta a ripensare la realtà locale in un contesto globale su basi nuove, democratiche, popolari, autonomiste.

È necessaria un’autonomia reale, in modo che l’istituzione locale sia in grado di svolgere un ruolo fondamentale nella definizione del contesto politico ed economico in cui operano le imprese del territorio. L’autonomia vera sussiste solo quando il bilancio non è condizionato da trasferimenti statali e l’ente si assume la responsabilità delle conseguenze fiscali di una misura di riduzione delle imposte su aziende e lavoratori. Una gestione politica efficiente infatti deve liberare le energie positive dei cittadini, liberare le imprese e le persone dalla burocrazia e dalla pressione fiscale iniqua e ossessiva.

Una nuova politica deve saper ripensare il ruolo dell’autonomia locale, che si limiti cioè a regolare in modo trasparente ed efficiente il libero dispiegarsi della nostra società, perché riconosce che la città non coincide con l’amministrazione, ma la supera infinitamente. Una nuova politica deve saper riconoscere che la società non è il luogo della guerra di tutti con tutti, ma quello della reciprocità. L’amministrazione deve ritirarsi dalla gestione diretta di tutte le attività che possono essere svolte in modo più efficace e meno costoso dalle comunità, dal volontariato e dalle imprese sociali. Il sistema dell’accreditamento di una pluralità di soggetti erogatori di servizi (educativi, abitativi, culturali, assistenziali) insieme al sostegno economico alla domanda dell’utenza, laddove ne è effettivamente impedita la libera scelta: questo trasforma la società organizzata in protagonista dell’offerta al pari di potere politico e mercato.

La crescita economica, l’occupazione, l’equità sociale, la lotta all’impoverimento delle famiglie e il sostegno a chi fa figli, lo assicurano gli investimenti privati e la libera iniziativa di singoli e associati. Non innanzitutto la spesa pubblica. All’istituzione è chiesto di coordinare l’azione delle forze sociali, oltre ad un intervento snello e in aiuto di chi aiuta. Sono gli accordi in deroga alla legge tra le parti sociali che stanno rinnovando il sistema delle relazioni industriali, come quello del welfare e dei servizi di conciliazione famiglia-lavoro. Sono le contrattazioni locali tra imprese e sindacati che rispondono meglio alle esigenze del territorio, facilitano la creazione di nuove attività e di nuova occupazione. Non lo fanno di certo i numerosi e frammentati interventi normativi da parte dello Stato centrale.

Una città sostenibile non è una città che decresce, ma il suo contrario: è una città che fa della protezione dell’ambiente un’opportunità di crescita economica, e della crescita economica una condizione necessaria alla protezione dell’ambiente. La rigenerazione urbana deve implicare tanto l’attenzione al verde quanto alla vivibilità della città. Essa deve comprendere strumenti urbanistici che consentano l’utilizzo di incentivi finalizzati a raggiungere standard elevati di prestazione energetica degli edifici di vecchia e nuova costruzione. E i criteri di uno sviluppo sostenibile non coincidono per forza con la guerra al possesso dell’auto, ma ammettono l’applicazione di nuove tecnologie per disincentivarne l’utilizzo smodato.

L’immigrazione non va governata attraverso l’allargamento o il restringimento delle maglie della protezione internazionale, ma selezionando i migliori. Magari attraverso partnership tra il sistema accademico milanese e quello straniero, prevedendo canali alternativi ai viaggi “della speranza”. Per chi ottiene un diniego, perché migrante economico, bisogna sviluppare progetti di rimpatrio assistito, utilizzando le risorse comunitarie già oggi previste e coinvolgendo la vasta rete dei 116 consolati presenti nella nostra città, oltre alle Ong impegnate nella cooperazione internazionale.

Chi vuole vivere a Milano lo deve fare nel pieno rispetto dei nostri valori culturali e religiosi e delle nostre regole democratiche. Tra le comunità di musulmani occorre distinguere gli interlocutori affidabili da riconoscere ed evitare di legittimare il radicalismo e l’islamismo politico.

Milano non può pensarsi fuori dall’Europa. Ma quest’ultima deve avere chiari obiettivi. Uno di questi deve essere la riscoperta che una rinnovata coscienza di appartenenza europea può passare dall’appartenenza ad una realtà particolare. Infatti non si dà salvaguardia di un patrimonio comune dei valori di pace e pluralismo se si pregiudica la libertà politica delle comunità locali. E poiché entro il 2050 l’80% dei cittadini del vecchio continente vivrà in città, e quindi lì sono destinati a concentrarsi sempre più la maggior parte del lavoro come pure dei nuovi poveri, diventa fondamentale un maggior protagonismo dei territori in materia di fondi di coesione, vero e proprio unico strumento di investimento pubblico a livello comunitario. Così le istituzioni europee non risulteranno nemiche di popoli e autonomie e amiche delle sole lobby finanziarie.

Siamo in una nuova epoca. La globalizzazione, la pressione migratoria, la depressione demografica, la stagnazione economica, il terrorismo islamico, la trasformazione digitale, richiedono nuove politiche, nuove visioni, nuove persone.

Come sarà Milano tra 30 anni dipende da noi, da quello che faremo oggi. Il nostro lavoro parte dalle nostre identità popolari, dalle nostre radici giudaico-cristiane, dalla nostra libertà, dalla nostra tradizione che vanta l’invenzione della laicità dello Stato con la Dichiarazione che Costantino fece proprio qui nel 313 d.C. e con cui spogliò l’imperatore di ogni pretesa totalizzante. Con il nostro lavoro possiamo difendere il futuro delle nuove generazioni.